La cultura generale nell’insegnamento presso le scuole professionali

Tre domande a Fabio Merlini

L’insegnamento nelle scuole professionali, di competenza della Confederazione, è strettamente legato alle attività lavorative che gli studenti svolgono o che andranno a svolgere. Ciò non esclude l’opzione, e necessità, di insegnare cultura generale, una disciplina tanto particolare quanto utile, anche all’interno di un percorso professionale.

Per affrontare questo argomento abbiamo intervistato Fabio Merlini.

Concezione didattica

Iconomix si basa sul principio dell’apprendimento attraverso la risoluzione attiva di problemi. Due terzi dei moduli didattici sono concepiti con un approccio orientato alla pratica. Attraverso un processo di apprendimento attivo si consente così agli studenti di acquisire non solo conoscenze ma soprattuto competenze operative.

Alla concezione didattica di Iconomix

Pietro Nosetti: Quale ruolo occupa e quale contributo può dare l’insegnamento della cultura generale nella formazione degli studenti delle scuole professionali?

Fabio Merlini: Dipende da cosa intendiamo per «cultura». Nelle scuole professionali la cultura generale fa riferimento ad un insegnamento specifico, cui è dedicato un monte ore determinato, con obiettivi non meno precisi relativi al ruolo che un allievo, per lo più mobilitato professionalmente, dovrà essere in grado di assumere quando sarà poi nel pieno della sua attività lavorativa: come professionista consapevole degli effetti del suo operare, ma anche come cittadino attivo. È una finalità educativa molto ambiziosa, che può però iniziare con una più articolata comprensione dei contesti di vita in cui il giovane è inserito e piccole assunzioni di responsabilità inerenti ai diritti e ai doveri. Dobbiamo però anche tenere presente che con «cultura generale» non possiamo intendere solo questo ordine di finalità, orientato al buon funzionamento della società e al nostro inserimento virtuoso in essa. Poiché se così fosse mancheremmo tutto un significato fondamentale del termine «cultura». Quello legato alla comprensione di ciò che siamo e possiamo fare di noi, di ciò di cui abbiamo bisogno per riuscire ad entrare in relazione con noi stessi, per acquisire una maggiore consapevolezza delle nostre forze e delle nostre fragilità. Da questo punto di vista, la «cultura» con le sue grandi testimonianze (autori, protagonisti e opere nel senso più largo del temine) è una risorsa che non deve assolutamente temere la sua apparente gratuità e inservibilità. Solo dal più ottuso punto di vista può sembrare che essa non «serva a nulla». Voglio dire che se non teniamo bene in equilibrio questi due aspetti, non solo arrechiamo pregiudizio all’individuo e alla consapevolezza della sua infungibilità, ma non facciamo neppure un servizio alla società. Qui un ruolo determinante lo possono giocare i Piani d’Istituto e gli approcci didattici, con i loro contenuti, che traducono le disposizioni del Programma quadro.

La scuola professionale ha adottato l’insegnamento per competenze. Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questa impostazione per l’insegnamento della cultura generale?

Per ragioni complesse, le nostre società si sono trovate confrontate, e continuano ad esserlo, con un mondo del lavoro massimamente competitivo su larghissima scala. A ciò occorre aggiungere un’accelerazione tecnologica senza precedenti che rende dinamicissimo e difficilmente valutabile l’ordine complessivo in cui ci si trova, e ci si troverà, a operare (con quali risorse e costi, in quali tempi, dove). Ora, è ovvio che un quadro simile spinga a ripensare il senso della formazione: come orientarla, per quali risultati, in base alla misurabilità di quali abilità. Ed è ancora più ovvio il desiderio di stabilire una relazione diretta tra gli insegnamenti e i loro risultati in termini pragmatici. Soprattutto quando l’«impiegabilità» diventa, e si capisce bene perché, la vera e propria ossessione di individui, istituzioni formative e politiche educative. Ma è proprio qui che occorre fare attenzione. Non costruisci profili solidi, capaci di adattarsi con spirito innovativo e critico ai contesti in continua trasformazione, privilegiando solo l’addestramento e immaginando di poter completare l’opera con l’apprendimento di non meglio identificate competenze trasversali. Anche perché a me sembra che – dopo aver dismesso saperi i quali, se intesi correttamente, avevano proprio il senso di educare alla sensibilità, alla pienezza valoriale di sé, al senso critico, alla riflessività – oggi pretendiamo di poter recuperare tutto ciò attraverso appunto l’insegnamento delle competenze trasversali, come se esse fossero isolabili e trasmissibili di per sé. Una intenzione più che nobile, che prende però una strada completamente sbagliata.

Infine, ad un docente di cultura generale che deve preparare le attività da svolgere in aula, consiglia di attingere a materiali didattici preparati da terzi? Per quale motivo?

Può essere utile, ma a condizione di farne una rielaborazione in proprio, integrandoli in modo pertinente all’orientamento didattico prescelto. Non vedo possibile nessuna scorciatoia. Oggi, malauguratamente, viene avanti un mercato della formazione che si avvale delle straordinarie risorse offerte dalle piattaforme, per offrire però ai docenti strumenti di un’istruzione chiavi in mano, dal problematico effetto omologante. Si conferma così l’equivoco di una formazione che possa fare a meno della figura autorevole dell’insegnante. Non mi sembra una direzione saggia.

Massimo Filippini

Fabio Merlini, filosofo, ha conseguito un dottorato di ricerca all’Università di Losanna, ha svolto a lungo attività di insegnamento e di ricerca ed è autore di numerose pubblicazioni scientifiche. Dal 2011 è presidente della Fondazione Eranos e, dal 2012, presiede la Commissione culturale cantonale. Dal 2007 è direttore e responsabile del Dipartimento della Formazione della Scuola universitaria federale per la formazione professionale.

Articolo di:
Pietro Nosetti
creato il 23.11.2023
cambiato il 24.11.2023